È straordinario Melody, migliaia di anni fa i popoli antichi, Egiziani, Romani, Maya, passeggiavano verso casa, proprio come noi, discutendo dove andare a cena o facendo solo chiacchiere: “Oh sai, mi sono comprato una grande casa sul Nilo con un soggiorno con vista sulla nuova piramide del faraone”, o “Il mio medico dice che le lingue di pavone fanno male al cuore”, o “Sono preoccupata: non riesco a mandare mio figlio a un asilo nido azteco davvero buono”, già, e che cavolo significa adesso? Zero, e loro credevano che fosse importante.

Il personaggio Boris in Basta che funzioni, W. Allen (2009)

martedì 1 marzo 2011

Brevi considerazioni sulla musica


La musica; se ci pensate è l’unica fra le antiche arti che agisce su una diversa dimensione: non spazio, la musica è soprattutto tempo. I quadri e le statue, nei musei si coprono di polvere: sono morti, definitivamente. Lo spettatore vi passa davanti ora annoiato ora entusiasmato, ma l’opera non reagisce: un cadavere. E l’autore quasi non si vede: hai un bel d’affare ad immaginarne gli stati d’animo. Prima degli Impressionisti era quasi impossibile, salvo un Fra’ Galgario o pochi altri.
Ma la musica (e per musica intendo La Musica, non Alex Britti o la Tatangelo) è viva. L’arcano autore ne ha steso i tempi su carta, il novello decifratore la decripta e la resuscita, e con essa resuscita il compositore: è una liturgia del tempo dove il musicista è vero sacerdote, il compositore la deità venerata, le note sono i fumi dell’incenso. Il tempo è il tempo presente, il tempo in cui noi viviamo, il nostro tempo: la musica lo percorre, lo attraversa, ci attraversa, mentre respiriamo e sbattiamo le ciglia. Non si può che rabbrividire se pensiamo che questa stessa melodia è stata canticchiata niente meno che… tre secoli fa da Haendel, Bach o Telemann; era nelle loro teste come ora passa nelle nostre, nota per nota, arpeggio dopo arpeggio, trillo dopo trillo… è risuonata felicemente nelle orecchie del Principe Elettore di Sassonia, del Re di Prussia e di chissà chi, gente comune che andava a messa la domenica e sentiva una cantata di Bach – gratis e diretta da lui. Se ne saranno mai resi conto? Questa magia racchiusa in un foglio diventa tempo, grazie ai movimenti – che a veder suonata la musica dal vivo sanno veramente del magico-liturgico, di un musicista. Mai visto una violoncellista muovere le mani sulle corde con quella rapidità sorprendente? O un organista spostare contemporaneamente le due mani su due tastiere diverse e i piedi sull’intera pedaliera? Non posso che provare vera ammirazione ed invidia per costoro! Si dice che Bach sapesse suonare al pedale dell’organo (cioè alla tastiera che si suona coi piedi) pezzi ritenuti difficili da suonare con le mani sulla tastiera; sembra che dicesse: non è difficile, basta premere il tasto giusto al suo momento.
La sapiente arte della composizione sa artificiosamente condurre ad effetti sentimentali mirati: la Ciaccona in Fa minore per organo di Johann Pachelbel (1653-1706), che è per inciso il mio brano preferito, è imperniata sul cosiddetto tetracordo minore discendente che era divenuto raffinato strumento per esprimere “affetti dolorosi”, pianto, lamento, malinconia. L’effetto è riuscitissimo, perché il pezzo, come la simile Ciaccona in Re minore (che testimonia il talento di Pachelbel per le forme a variazione), ha un che di drammatico difficile da esprimere a parole, ed è questo continuo sospirare delle canne dell'organo che rende così belli ed intensi i due brani, al tempo stesso dignitosamente sofferenti e solennemente misurati. Una persona innamorata si strugge sopra di esso come su certe arie dell’Orfeo di Monteverdi (1567-1643). J. Pachelbel pubblicò il libro che contiene questo brano, Musikalische Sterbensgedanken (Pensieri musicali sulla morte; già l’idea di musicare dei pensieri è sublime) dopo il doloroso distacco dal figlioletto e dalla moglie a causa di una pestilenza. Lo stesso potrebbe valere per la potenza espressiva del Requiem di Mozart (1756-1791) e della Music on the Death of Queen Mary di H. Purcell (1659-1695), che il compositore appena 36enne scrisse per la Regina inglese, ma probabilmente pensava a se stesso (sarebbe morto nel novembre dello stesso 1695).
Infine, noi oggi prendiamo un cd dallo scaffale e lo ascoltiamo quante volte lo vogliamo, anche mentre stiamo stirando o studiando, mentre ceniamo galantemente, mentre facciamo footing, durante “l’ignobile rito” (se qualcuno tiene della musica nella toilette). Non voglio parlare di rispetto dovuto a certa musica, dopotutto la fama porta anche a questo e non del tutto ingiustamente. Noi abbiamo la televisione, Internet, il lettore mp3; una volta la gente andava ai Vespri la sera, ci stava tre ore, ma non aveva altro spettacolo. In passato la gente sentiva una certa musica probabilmente una sola volta nella vita.

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