Avevo scritto questo articolo-intervista qualche anno fa (era forse il 2006) in vista di una pubblicazione su un quotidiano locale; poi non se ne fece più niente e rimase salvato su un cd. L'ho ritrovato oggi, mi pare degno di essere condiviso.
La radio sta dando per la terza volta lo stesso brano assordante, una sorta di opera teatrale di chissà quale autore, dove i ritmi arabi cantilenanti si mescolano non senza grazia a melodie più familiari per l’orecchio di un europeo. Ci vuole un’ora di pullmino per lasciare la millenaria Aleppo, in cui è atterrato il nostro aereo, e raggiungere il piccolo villaggio di Saraqeb, nel distretto di Idlib, famoso in tutta la Siria per il suo gelato affumicato. Ci sono 27 gradi nonostante sia ottobre e il pullmino sfreccia, tuonando il clacson contro vecchissime auto americane anni ’50, nella nuovissima autostrada. Curiosa: senza caselli, né cavalcavia, tutto è lasciato al buonsenso degli autisti (poco), alla loro esperienza (molta, per fortuna) e alla volontà di Dio, in pieno accordo con l’Islam. Lungo l’autostrada cartelloni pubblicitari, a volte di imprese italiane, e l’onnipresente volto del vecchio Presidente Hafez al-Assad, padre dell’attuale Presidente Bashar: in tutte le salse, in tutti gli stili, in tutte le tecniche. Il nuovo Presidente ha dato segni di apertura, aprendo timidamente all’Occidente, dopotutto ha studiato medicina a Londra, ha sposato la donna che amava e ha fatto togliere parecchi dei manifesti di propaganda che saturavano lo spazio. Certo, l’affare libanese scotta, ma l’argomento politica è tabù, così come nominare “il Paese di sotto”, Israele.
È sera tardi quando alla casa della Missione Archeologica Italiana, una moderna costruzione impiantata su una corte centrale con pozzo, dove crescono rosse melegrane, ci aspetta il direttore, la Prof.ssa Stefania Mazzoni dell’Università di Pisa. Lavora qui da diversi anni ormai e dirige la Missione finanziata dalle Università di Pisa e Bologna, dal Ministero Affari Esteri e Ministero della Ricerca (PRIN). Una persona minuta ma estremamente energica, eppure affettuosa e spiritosa e per questo amata dai suoi studenti, stimata dai colleghi per la sua professionalità. È proverbiale la sua preparazione, per cui non è raro vederla, ad occhi chiusi, palpeggiare un frammento di ceramica, sentenziare la diagnosi: “Bronzo Antico IVb!” e constatare con soddisfazione una volta aperti gli occhi. Ci accoglie con materna cordialità, studenti e ricercatori giunti in Siria con un secondo volo a completare l’équipe della Missione, portando con noi dall’Italia giornali, salumi e caffè. Scopo del viaggio: completare il progetto di ricerca sul vicino Tell Deinit, effettuare una serie di ricognizioni preistoriche nell’assolata piana del Jazr, a sud di Aleppo (facendo attenzione a cobra e scorpioni), documentare alcuni tell (in arabo, colline che celano resti di antichi insediamenti) con l’ausilio della strumentazione topografica, terminare la schedatura delle migliaia di frammenti ceramici rinvenuti nella campagna di scavo della primavera precedente a Tell Afis. La Missione è composta da diversi docenti universitari, un nutrito gruppo di ricercatori, dottorandi e specializzandi in archeologia e – cosa piuttosto rara – da diversi studenti, che qui hanno la possibilità di sperimentare sul campo quanto appreso nella Vecchia Europa; a tutti questi si affiancano un paio di ispettori mandati da Damasco.
Saraqeb, a pochi chilometri da Tell Afis, è un piccolo villaggio di provincia. La Casa della Missione si affaccia sull’unica piazza del paese, a un tiro di schioppo da tre minareti di altrettante moschee, uno dei quali carico di ben 25 megafoni: si avvicina il Ramadan, il muezzin deve essere certo di poter raggiungere tutti quando annuncia la fine del digiuno o, peggio ancora, alle quattro del mattino, l’inizio dell’astinenza: “Allah è grande e Maometto è il suo Profeta”. Il Ramadan, mese sacro dei musulmani, durante il quale bisogna osservare un digiuno assoluto di acqua e cibo dall’alba fino al tramonto, è una ricchezza e una disgrazia insieme per un occidentale. In questo periodo è possibile avvicinarsi di più alla cultura musulmana, osservare – quasi divertiti – l’accorrere delle persone verso casa all’annuncio serale del “ora si mangia”. Per un’ora e mezza spariscono tutti, vanno a rifocillarsi, i negozi sono chiusi. In compenso, quando riaprono, restano aperti fino a notte fonda. Il Ramadan è però una disgrazia quando bisogna lavorare: gli operai sono debilitati per la mancanza di acqua, i tempi di lavoro sono necessariamente ridotti, l’orario si sposta inevitabimente verso il mattino presto. Inoltre, sebbene i non musulmani non siano tenuti a rispettare il digiuno, è una grave scortesia mangiare o bere in pubblico durante il giorno.
Saraqeb, si diceva, un piccolo paese di provincia. Un paio di farmacie, una delle quali gestite dal “capo villaggio”, un bazaar dove puoi acquistare di tutto (dalle merendine alla marmellata al tabacco per il narghilè), un negozietto di frutta secca, un negozio di informatica gestito da ragazzi, dove reperire cd vergini e copie pirata della Britney Spears siriana, un negozio di intimo femminile con in vetrina sgargianti giarrettiere e pitoni di piume, un cartolaio (innamorato pazzo di Susanna, geomorfologa della Missione), l’Internet point gestito dal giovane Yusuf, unico contatto con l’Italia, la casa, la famiglia. La Missione Italiana è ben vista, in primavera offre lavoro a molti operai, e sempre assume un cuoco-custode, un autista, una guida; gli archeologi si riforniscono poi nei negozi del villaggio, portando un po’ di benessere. Allo smaltimento dei rifiuti, ammassati nei contenitori pubblici, pensano, nell’ordine, gatti, galline, cani, bambini e poi un incendio controllato da qualche addetto. Di
gatti ne girano parecchi; una, che con pervicace tempismo ogni anno si ripresenta alla casa della Missione in stato interessante, si ostina a sonnecchiare sulla sedia dell’ufficio del direttore, incurante dell’allergia della Prof.ssa Mazzoni e delle minacce.
Il lavoro della Missione è scandito dalla settimana musulmana, che festeggia il venerdì come la nostra domenica. Il giovedì pomeriggio gli archeologi lo passano nella città di Aleppo, all’hammam, al Museo della Cittadella o più frequentemente persi nel souk medievale coperto, dove possono acquistare pregiati tappeti, argenti, stoffe importate dall’Iran o dal Pakhistan, essenze profumate e i caratteristici irresistibili cioccolatini che tentano la golosità del Prof. A. Archi, filologo dell’Università di Roma-la Sapienza che cura l’edizione delle tavolette di Ebla; golosità redarguita pubblicamente invano - in quanto costantemente disattesa di nascosto - dalla moglie Prof.ssa Mazzoni. Nel souk i visitatori possono entrare in contatto con la gente, parlare inglese, francese e un po’ di arabo e italiano, vedere le donne di casa fare la spesa, passare nei quartieri dei ferramenta, dei lanieri, dei tappezzieri, dei macellai, dei pellai, dei sarti. Il venerdì è invece dedicato a scoprire le sconvolgenti bellezze della Siria, che sono tanto affascinanti quanto poco note. La scarsità del turismo, pur non accompagnato da mancanza delle infrastrutture di base, è una gran benedizione: evita al visitatore le folle rumorose della Tunisia o dell’Egitto e l’assalto incontenibile dei venditori ambulanti e i prezzi sono davvero convenienti. Ogni palmo di terra qui evoca tempi passati in cui la Siria era teatro degli episodi fondamentali della grande storia: dai principati siro-palestinesi dell’Età del Bronzo a Ugarit, porto sul Mediterraneo ora coperto di fiori gialli e farfalle, ed Ebla, orgoglio e vanto dell’archeologia italiana in Siria, fino ai grandi sovrani ellenistici della dinastia seleucide che eressero metropoli come Laodicea (oggi Lattakia) e Apamea dalle tipiche colonne a scanalature tortili; dalle imponenti rovine romane di Bosra, che diede i natali a Filippo l’Arabo, di Emesa, città dell’imperatore Eliogabalo, e dell’oasi di Palmyra, che evoca la secessione di Odenato e Zenobia nel Tardo Impero, ai resti fantasma delle città bizantine abbandonate e del monastero di San Simeone lo Stilita; dai fasti dei Califfi Omayyadi di Damasco, che eressero la grandiosa moschea al di sopra del tempio romano, fino alle crociate, con il castello di Masyaf e l’imponente Krak des Chevaliers, inespugnata roccaforte dei Cavalieri Ospitalieri fino al XIV secolo e giù fino a sbiadite memorie napoleoniche, impresse nella fantasia del viaggiatore. La Siria nasconde ricchezze enormi, che derivano da un passato glorioso dove culture e popoli si incontravano e a volte si scontravano. L’eredità è oggi una Siria multiculturale, dove alla maggioranza musulmana si affiancano antiche e numerose comunità di religione cristiana, in un clima di pacifica convivenza, nonostante o forse grazie al regime.
In partenza per la missione primaverile del 2006, abbiamo intervistato la Prof.ssa Stefania Mazzoni, Direttore della Missione Archeologica Italiana a Tell Afis e Professore Ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente, di Preistoria e Protostoria del Vicino Oriente e di Archeologia fenicio-punica all’Università di Pisa, ponendole alcune domande sulla sua attività in Siria.
- Prof.ssa Mazzoni, c'è un maggiore interesse della gente comune, degli studenti, delle Istituzioni per il Suo lavoro in generale dopo che il Vicino Oriente è tristemente tornato alla ribalta per i fatti di sangue degli ultimi anni? In che modo si esplicita?
Devo ammettere che l'interesse è grande per l'archeologia in genere, ma non si lega alle notizie spesso drammatiche del Vicino Oriente, anzi, talvolta, mi spiace notare una certa indifferenza alla realtà attuale, un distacco dalla situazione economica, politica e sociale attuale, che pure riempie le pagine dei nostri giornali. Spesso le conoscenze di studenti oltre che della gente comune sono molto limitate e viziate da luoghi comuni, da preconcetti. Un esempio è offerto dal turismo italiano diminuito fortemente nel Medio Oriente a fronte di quello spagnolo, francese, tedesco in chiaro aumento e non dico certo nei paesi che hanno subito attentati recentemente ma in paesi che non hanno mai avuto problemi.
- Lei ha lavorato diversi anni con Paolo Matthiae, direttore della famosa missione archeologica di Ebla dell'Università di Roma-la Sapienza, e che ha organizzato una celebre mostra a Roma ("Ebla, alle origini della civiltà urbana”) sulla civiltà siriana. Quale potrebbe o dovrebbe essere il ruolo dell'archeologia (italiana) nel rapporto difficile fra Oriente e Occidente nel cosiddetto "scontro di civiltà"?
Nell'ambito dell'archeologia e in genere della ricerca scientifica lo scontro tra civiltà per fortuna cede spazio ad un incontro tra studiosi attraverso i confini politici ed ideologici; razionalismo e ansia del nuovo ci accomunano senza barriere. Per questo direi che è la ricerca in genere a poter costituire un fattore di comunicazione interculturale. L'archeologia in più recuperando intrecci di civiltà succedutesi in tempi e spazi diversi può offrire testimonia di eredità comuni di un passato millenario.
Com'è il rapporto con le istituzioni siriane? E con la gente comune in Siria?
Ottimo da sempre grazie a due fattori importanti, il primo è fin dal passato la presenza di una classe di funzionari, tecnici del patrimonio culturale locale, archeologi, particolarmente illuminato, aperto proprio alle collaborazioni con tutti i paesi esteri; il risultato è che oggi operano in Siria circa 80 istituzioni da tutto il mondo e
già così era dagli anni '60: non solo le missioni tradizionali francesi, inglesi e tedesche, ma americane, giapponesi e di tutta l'Europa; si fa prima a dire chi manca! Il secondo fattore è l'interesse delle istituzioni politiche verso la cultura, il patrimonio archeologico, i beni culturali, che ha portato allo sviluppo oggi di grandi parchi archeologici, come Ebla. A riprova della stabilità dell'impegno politico verso il settore è la nomina recentissima di un vice-presidente per la cultura.
Come Le è nato l'interesse per l'Oriente?
Si comincia sempre perché coltivati dai genitori, un libro di egittologia di mia madre, poi il passaggio in India verso i 15 anni, poi la scoperta del Vicino Oriente, così dinamico e propulsivo di novità, così "interculturale" tra società autonome ma profondamente compenetrate.
Quali sono stati il Suo percorso di studi e la Sua carriera accademica?
Fortunati in un periodo nel quale l'accesso dei giovani alla ricerca era possibile, lavorando ed impegnandosi, non come oggi. Università di Roma e poi a Pisa dal 1975.
Che progetti sta curando al momento?
La missione archeologica di Tell Afis è certo il progetto più complesso: è uno scavo che impegna tra colleghi e studenti e collaboratori vari circa 40 persone.
Qual è stata la scoperta più emozionante della Sua carriera?
L'archivio di Ebla con quel mare di tavolette cuneiformi impensabili (allora) per la Siria del 2300 a.C.? O forse quando si aprì un varco nel pavimento di una sala del palazzo del 1600 a.C. sempre a Ebla e sotto, scendendo in un cunicolo (un po’ polveroso a dire il vero) apparvero qualche giara, poi dei bracciali d'oro a tortiglione, poi...? No, forse quando, e sempre a Ebla, nel lontano... meglio tralasciare... un operaio raccolse dal terreno un frammento di argilla con tanti piccoli cunei... ah, un frammento di tavoletta cuneiforme, la prima trovata a Ebla: eh, la solita fortuna dei nuovi arrivati!
Si vocifera fra gli studenti che il varco Le si sia aperto sotto i piedi al Suo passaggio e che Lei sia caduta dentro la tomba che avrebbe così scoperto. Verità o leggenda?
Si è aperto un varco e per fortuna non sono caduta, ero nelle vicinanze. La fortuna aiuta comunque! Ma saremmo entrati dalla porta principale dell'ipogeo che giaceva nella sala vicina che comunque dovevamo scavare.
Può brevemente parlarci di Tell Afis? Quale importanza ha il sito nel Vicino Oriente? Di cosa si occuperà la missione che sta per partire?
Tell Afis fu sede di un regno governato intorno all'800 a.C. dagli Aramei, che allora dominavano la Siria opponendosi a lungo agli Assiri. Ma la sua storia ha origine più antiche, fin nell'età calcolitica, quando fu centro fortificato con mura megalitiche, intorno al 3500, e poi continuò a svilupparsi tra 2300 e 1700 a.C. diventando un centro di circa 30 ha. fortificato interamente. Tra 1300 e 735 a.C. si sviluppò trasformandosi in una città con edifici cerimoniali, templi, granai, mura. Ogni anno si porta alla luce con pazienza e lentezza un frammento di questo puzzle complesso; sappiamo che il quadro completo non si riuscirà mai a ricomporre, eppure basta un tassello, anche minore per aiutarci a comprendere meglio questo lungo alternarsi di culture su una durata priva di confronti. L'ultimo è stata la scoperta di un frammento di iscrizione in aramaico che cita il potente re di Aram-Damasco, Hazael, trovato tra i resti di un grande edificio pubblico dove concentreremo i nostri sforzi nei prossimi due mesi.
È straordinario Melody, migliaia di anni fa i popoli antichi, Egiziani, Romani, Maya, passeggiavano verso casa, proprio come noi, discutendo dove andare a cena o facendo solo chiacchiere: “Oh sai, mi sono comprato una grande casa sul Nilo con un soggiorno con vista sulla nuova piramide del faraone”, o “Il mio medico dice che le lingue di pavone fanno male al cuore”, o “Sono preoccupata: non riesco a mandare mio figlio a un asilo nido azteco davvero buono”, già, e che cavolo significa adesso? Zero, e loro credevano che fosse importante.
Il personaggio Boris in Basta che funzioni, W. Allen (2009)
giovedì 10 marzo 2011
L’incantevole fascino della Siria
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